FAVOLACCE: tra naufragio esistenziale e rinascita del cinema italiano

Aggiornamento: 14 nov 2020

Ore 16:40, dovrei studiare per prepararmi all’imminente esame di maturità e per una ancor più imminente interrogazione di chimica, ma non riesco a mantenere la concentrazione. Sono ore che vengo perseguitato dal film che ho visto ieri sera, rivivo le scene nella mia mente, rifletto, mi agito tra euforia ed inquietudine. Un’esigenza si fa strada tra i miei pensieri come un tarlo: devo parlarne con qualcuno, tutti devono sapere dell’esistenza di questo materiale esplosivo che ha preso la forma di lungometraggio… Nasce così questo articolo.


«Quanto segue è ispirato a una storia vera. La storia vera è ispirata a una storia falsa. La storia falsa non è molto ispirata.»


Si apre con queste parole Favolacce, film ideato, scritto e diretto da Fabio e Damiano D’Innocenzo: una favola nerissima, inquietante, tragica e senza concessioni.

In questo bislacco incipit una misteriosa voce fuori campo, la voce di un uomo triste e annoiato dalla vita che mai vedremo per tutta la durata del film, ci racconta di aver trovato il diario di una bambina in mezzo all’immondizia, un diario che si interrompe improvvisamente ma a cui l’uomo della voce si era affezionato, e che allora decide di continuare riempiendo le decine di pagine lasciate vuote con delle storie, delle favole, o meglio: delle favolacce.


Sì perchè, fin dalle prime inquadrature, si capisce che c’è qualcosa che non va in questa storia. C’è qualcosa di malato, di sinistro, di non detto. Lo si percepisce dai colori, dall’uso della macchina da presa che indugia su soffocanti primissimi piani e su dettagli di oggetti insignificanti, e che quando invece cerca i campi lunghi sembra spiare i personaggi dalle più improbabili angolazioni, dalla quasi totale assenza di musica, che lascia lo spazio ad un silenzio che mette a disagio, silenzio che viene rotto soltanto da dialoghi squallidi e assurdi che non fanno altro che accentuare questo disagio.

Agosto. Siamo a Spinaceto, nella periferia romana, una periferia colorata, fatta di villette a schiera e Range Rover, piscinette gonfiabili, mercatini dell’usato e grigliate in giardino. La storia segue le vicende di tre nuclei familiari medio borghesi che si preparano ad affrontare la calura estiva. L’apparente serenità di questo idillio nasconde però, come accennato in precedenza, un’invisibile malattia, un senso di morte in agguato.

Gli uomini appaiono colerici, frustrati, istintivi, imbruttiti dalla vita che si sono costretti a vivere. Le donne rimangono sullo sfondo, annoiate o disperate. Entrambi mettono quotidianamente in scena il teatrino della rispettabilità e della normalità a tutti i costi, intrattenendo relazioni false e sfoggiando i figli bravi a scuola come fossero dei trofei.


E sono proprio i bambini, che sembrano gli unici capaci di una vita interiore, il fulcro della narrazione. Imperscrutabili e smarriti, apparentemente innocui. Nei loro grandi occhi ingenui l'osservazione imbambolata di una vita che non avverrà mai si fonde col nichilismo del rifiuto totale verso il futuro.

Ogni personaggio sembra divorato da un rancore e un’insoddisfazione senza causa, da un’invidia verso il prossimo e un senso di vuoto che finiscono per avere effetti incontrollabili, distruttivi ed autodistruttivi.


Su tutti pende, come un’inquietante spada di Damocle, un profondo mal di vivere.

E così la trama di Favolacce si configura come il semplice e terribile piano dei ragazzini per mandare a monte una vita, un mondo intero, quello dei genitori, che però è anche il loro, in cui non si riconoscono e di cui non vogliono fare parte.

Favolacce è un film sull’apocalisse esistenziale del quotidiano, una tragedia contemporanea che procede fatale verso un’inevitabile rovina. Il suo è un procedere inusuale, sconnesso e quasi insensato, le vicende sembrano andare avanti per inerzia come le vite stesse dei personaggi sullo schermo. Favolacce ricorda il cinema di Pasolini, di Lanthimos, a tratti perfino di Lynch, in quanto mescola con disinvoltura e maestria un crudo realismo ad atmosfere trasognate e situazioni alienanti, ma la verità è che questo film non assomiglia a nulla di già visto, specialmente in Italia.


I due giovani autori al loro secondo film hanno già conquistato uno stile e una poetica propri, nuovi e freschi: un vero squarcio nel panorama del cinema nostrano.

Una visione non semplice, un pugno in pieno stomaco, ma un’esperienza della quale sarebbe davvero un crimine privarsi.

Il cinema italiano vive.


-Edoardo Prata, 5AC



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